venerdì 1 giugno 2018

Tanti auguri Mototopo!!!

Attenzione! Oggi il piccolo scapestrato, la motoretta inarrestabile, il simpatico scatenato, Luca, diventa 1!



AUGURI!!!






























mercoledì 7 marzo 2018

Il bravissimo fornaio colpisce ancora: biscotti di avena dello zio Davide.




Rieccomi. Sono io, sì, il bravissimo fornaio di questo blog sono io. Cos'è quella faccia? Ohi, non fate gli scettici, eh? Basta cercare il tag "cucina" e si trovano più o meno tutti i miei favolosi esperimenti. Credo.

Ritorno ora con una ricetta semplice semplice semplice, suggeritami dall'amico Davide, E qui sorge volutamente il dubbio se il nome "biscotti di avena dello zio Davide" si riferisca a me o a lui. Machiavellico, eh?
In ogni caso, si tratta di biscottini classici e molto diffusi qui al nord, semplicissimi da fare, e gustosi. La ricetta di Davide, che è poi quella che vi ripropongo, si può trovare sul sito di una delle più grandi catene di supermercati svedesi l'ICA, ed è questa qui.
Quindi, in pratica, mi approprio della ricetta del supermercato e la diffondo impunemente. Mefistofelico, eh?
Mi sento giustificato e in parte autorizzato dal fatto che la ricetta linkata è in svedese, e non tutti i lettori padroneggiano l'idioma.  Pilatesco, no?

L'unico problema di questi biscotti è che spariscono subito. Non so come mai. Ci sono, ti giri e ce ne sono un po' di meno. Ti giri di nuovo e non ci sono più. Probabilmente un problema di instabilità molecolare. Problema che si aggrava quando ci sono Giusi e Annika in stanza, chissà perché, mah.

Veniamo a noi. Pronti?
Si parte:

(disclaimer: tutte le foto di questo articolo sono pesantemente ritoccate con filtro estremo, visto che il mio cellulare fa delle foto da schifo)


Ingredienti
QUANTITÀ: 60 biscottini (poi dipende da quanto grandi li fate)

4 dl farina d'avena 
1 dl farina di soia
1 dl farina di riso
1 dl farina di mais
1 dl zucchero
1 pizzico di polvere di vaniglia
2 cucchiaini da té di baking powder (*= lievito istantaneo, vedi sotto)
2 cucchiaini da té di cardamomo in polvere (**)
150 g burro
1 uovo

(*) = qui si usa la baking powder, che dovrebbe corrispondere al nostro lievito "chimico", cioé quello istantaneo non dolcificato (che contiene bicarbonato, amido, cremor tartaro o simili). Per intenderci, quello per pizze. Credo in Italia si trovino anche i barattolini di "baking powder", ma dovrebbe essere la stessa cosa. 


(**) = al pari della vaniglia, serve per il sapore, ed è sostituibile con altri aromi a scelta. ma a quel punto è una ricetta diversa :)

Un po' degli ingredienti, tutti in foto non ci stavano.

Preparazione:

1) mescolate tutti gli ingredienti secchi in una terrina.


Tutti gli ingredienti secchi mescolati in una terrina

2) aggiungete il burro e l'uovo e amalgamate bene bene con forza di cento braccia. (O se avete l'impastatore, visto che va tanto di moda, fate a pezzetti il burro e lasciatelo ammorbidire, aggiungete l'uovo, la miscela di ingredienti secchi e bzzzzzz)


Felice impasto ben amalgamato.


3) Prendete una pallotta di impasto, e su una superficie liscia formate dei cilindri del diametro che più vi aggrada. Il diametro, come i più arguti avranno già intuito, sarà quello dei biscottini: la ricetta ufficiale li fa molto più larghi, io li faccio di 4 cm circa (non è che sto lì col calibro).
Visto che poi i cilindri andranno avvolti nella pellicola di plastica, per farli più lisci e regolari potete anche aiutarvi con la pellicola stessa.

Un cilindro liscio e regolare. Nella foto sembra scuro ma non lo è :) 

4) Sorpresa sorpresa, avvolgete i cilindri ottenuti nella pellicola di plastica.  Metteteli a riposare nel frigo per un'oretta almeno, finche si sono induriti bene (io li lascio 2 ore e sto tranquillo)


Cilindri induriti bene (e del colore giusto)

5) togliete la pellicola e affettate con un coltello ben affilato i cilindri in dischetti non troppo spessi

Dischetti affettati non troppo spessi

6) Disponeteli in una teglia, su carta da forno

Vè mò che carini... 
7) infornate con forno caldo a 175 gradi per 15 minuti circa.

Eccoli qua a cottura ultimata

8) Fateli raffreddare, metteteli in una scatola consona e carina e attendete che svanicano.

Foto colta al volo. Un attimo dopo non c'erano più.
Buon appetito.


martedì 6 marzo 2018

Risultati definitivi sul totale dei votanti!


Finalmente abbiamo i risultati!
L'esito della votazione (mi riferisco alla più importante chiamata alle urne dell'anno, vedi qui), come del resto anticipato dalle prime proiezioni, è sorprendente. E per quanto la tendenza di massa fosse prevista da vari analisti, l'entità numerica di vittorie e sconfitte è stata in gran parte una sorpresa. Ma come prima cosa lasciamo parlare i dati.




La cosa che salta subito agli occhi è la vittoria delle "Mapel Pecan" con un impressionante 18.8% ! Sapevamo della voglia di rinnovamento così diffusa nell'elettorato, e che le dolci promesse delle Mapel Pecan avessero forte presa sulla pancia della popolazione, potevamo addirittura prevedere il primo posto, ma non con un distacco simile da tutti gli inseguitori.
La frammentazione dei risultati è del resto evidente: Vanilijmunk, Wienerbröd, Croissant al cioccolato e Cuori di vaniglia seguono a pari merito al 12.5%. Con queste premesse sarà molto difficile formare una coalizione che raggiunga la maggioranza, o comunque una minoranza ma sufficiente per governare i gusti degli italiani in Svezia.

I vincitori


Come è noto, i Mapel Pecan non sono iscrivibili a nessun gruppo, né hanno mai preteso di esserlo. L'alleanza naturale tra Cuori di vaniglia e Vanilijmunk, che condividono un nucleo comune pur differendo nella superficie, raggiunge appena il 25%, e la cosa più grave è che andando anche a cercare una difficile integrazione con i Wienerbröd, che di crema alla vaniglia hanno solo uno strato sottile, si arriva al 37.5%, che ancora non basta.
Ogni speranza di accordo di gusti con gli altri candidati numericamente rilevanti è utopica, essendo questi tutti a base cioccolato (croissant al cioccolato e Cookie al cioccolato + altri).

Il fronte cioccolato del resto non è in grado di fare valere la sua rappresentatività, nonostante il successo (anche questo leggibile in chiave estremista) dei Cookie al cioccolato, che sui pezzettoni di dolce cacao hanno impostato gran parte della loro campagna, e si preparano ora ad una rumorosa opposizione.

Raggiungono percentuali minime le ciambelle, in parte pagando la scissione in ciambelle al cioccolato e ciambelle normali. Sì, probabilmente l'elettorato classico del gruppo ne è stato confuso, ma non è da escludere che questi storici rappresentanti del settore abbiano fatto il loro tempo (si veda l'azzeramento ai minimi termini dei blasonati croissant semplici).

Ma il dato più eclatante, e non previsto, è il crollo della Kanellbulle, che scendono addirittura al di sotto del 9%.!!! La brioche simbolo della nazione, quella che ha governato per anni, si trova ora nelle retrovie. Certo, sapevamo che non avrebbe potuto mirare ad un risultato altissimo, viste le già citate voglie di cieco rinnovamento a tutti i costi, ma l'entità di questa sconfitta è memorabile, e addiríttura trascina con sé le Toscanasäcka, considerate come il dolce più innovativo del settore "bulle".

I principali sconfitti


Insomma, lo scenario che si prospetta è quello dell'anarchia gastronomica, e ora addirittura c'é  preoccupazione per l'influsso che questo risultato potrebbe avere sul settore sandwich, e secondo alcuni, addirittura sul settore korv (hot dog, n.d.r).
Le dinamiche però sono ancora fluide, qualche speranza rimane ancora e si dovrà attendere per saperne di più
Ai posteri la dolce sentenza.

D

giovedì 1 marzo 2018

La mia piccola biblioteca 3

Andiamo avanti, perchè no. Il tempo per leggere semplicemente non esiste più, si è sbriciolato, per cui prevedo che queste raccolte di recensioni saranno sempre meno frequenti. Ma mi diverto, per cui, come si diceva, andiamo avanti, sempre nel segno della più totale variabilità e incoerenza di stili e autori che già avevano caratterizzato la prima e la seconda raccolta di recensioni Ho anche notato che sto dilungandomi sempre di più nelle recensioni stesse. Conoscendomi, era prevedibile. Vuole dire che ci ho preso gusto. Che cosa offre la casa oggi?



Intervista col vampiro, di Anne Rice (trad. di M.Bignardi, 1a ed. 1977, formato Kindle): Sono da sempre un appassionato di letteratura fantastica (e non solo letteratura) e tra tutte le figure che la popolano quelle dei vampiri sono tra le mie favorite. Adoro tutto dei vampiri. Sono cintura nera di vampirismo (e infatti quello pseudodramma stile Cioè/Harmony di Twilight lo evito finché posso).

Per questo motivo non vedevo l'ora di leggere questo libro, popolarissimo, addirittura un caso letterario ai tempi della mia adolescenza (che arrivò pure al cinema, con il blockbuster di Neil Jordan nutrito di un cast stellare che includeva Tom Cruise e Brad Pitt) e a detta dei più il migliore della serie di Ann Rice, che sui vampiri ci ha poi costruito una carriera.
Forse le aspettative erano troppo alte, fatto sta che ne sono rimasto deluso. Ma tanto. La Rice scrive molto bene, intendiamoci, tecnicamente benissimo. Con mestiere sfoggia una prosa simil-ottocentesca, in linea sia col personaggio del vampiro narratore, sia con i romanzi che hanno fatto la storia del genere. Questa maniera di narrare però trascina con sè molti dei propri limiti, risultando a volte (spesso, molto spesso) ridondante e priva di ritmo. Le atmosfere decadenti che la scrittrice evoca continuamente e pesantemente, risultano esasperate, fastidiose e noiose, senza nemmeno la scusante di essere prodotte in un momento storico in cui erano in linea coi gusti dei lettori. Certo, il gioco stilistico è certamente originale per i tempi moderni, ma ora non funziona più e dopo poco, pochissimo, stanca. Molti romanzi tardo-ottocenteschi sanno anche essere affascinati e hanno ancora oggi una loro maniera di coinvolgere il lettore. Forse perchè non del tutto spontaneo, ma giocoforza risultato di un processo di creatività studiato, questo invece non ce la fa.


Altro punto importante, che si interseca a doppio filo con il gioco di atmosfere e scrittura: un libro del genere è ovvio che sia permeato di violenza, è quello che i lettori si aspettano e che il genere richiede. Nulla di male, al contrario. Garantisco che io non sono assolutamente refrattario o insofferente alla stessa (da vecchio cultore di film splatter estremi, ad esempio. e non aggiungo altro..), eppure a lunghi tratti la violenza in questo libro è di troppo, ma semplicemente perché "sbagliata", "malata"... Non porta con sé quella sorta di eccitazione, brutta o bella che sia, che è il motivo per cui agli amanti del genere risulta accattivante e li intrattiene, avviluppandoli nella lettura. Non so se in maniera voluta o meno, ma la scrittrice costruisce situazioni violente  e pseudo-orrorifiche (ma nemmeno troppo, ho letto ben di peggio) che risultano semplicemente tristi e amare, che causano malessere interiore, tristezza, senza assolutamente emozionare o coinvolgere.


In ultimo, la maniera stessa in cui è il libro è costruito, e cioè l'intervista che non è un intervista ma un monologo fiume, dà la stura a lunghi momenti di instrospezione estrema e continua, ripetuta e asfissiante, aggravata come detto dalla prosa pesante e decadente. Quando la micronarrazione di un episodio potenzialmente coinvolgente raggiunge il suo apice, ecco che lì si interrompe per sviscerare i sentimenti del suo narratore, dilungandosi in maniera asfissiante, rovinando così il climax costruito.

Il libro non è tutto così, ovviamente. Qua e là, in maniera maggiore con lo scorrere delle pagine, un po' si riprende, e vi si trovano sparsi momenti anche notevoli, serrati, brillanti e molto piacevoli da leggere. Peccato, veramente peccato, che ne vengano soffocati da tutto il resto. Non lo affosso totalmente, qualche emozione e qualche bella pagina me l'ha regalata, ma cavolo che faticata!




Uomini e no, di Elio Vittorini (1a ed. 1946, letto in una vecchia copia della collezione Oscar Mondadori di mio padre di cui sono gelosissimo): uno dei libri più celebrati sul periodo della seconda guerra mondiale e sulla resistenza scritto uno degli autori più celebrati della letteratura italiana. L'ho preso in mano dopo aver visto una trasmissione televisiva su Rai 5 che ne parlava. In questa trasmissione, nonostante uno scrittore avesse portato argomenti a sua difesa, i vari intervistati lo hanno pesantemente affossato, giustificandone la fama con la felice scelta del momento in cui è uscito (subito dopo la fine della guerra) e la "sponsorizzazione" politica. E a me, da bravo bastian contrario, è venuta subito voglia di leggerlo.

Devo dire che dopo le prime (poche) pagine, mi sono chiesto perché lo avessi fatto, visto che vi ritrovavo tutti gli aspetti negativi dei quali ero stato avvisato e sui quali concordavo in pieno. La prosa risulta artificiosa, probabilmente furba, che strizza l'occhio alle letterature in quegli anni in fermento degli altri paesi ma senza possederne l'originalità, e che sembra voler stupire a tutti costi. In questo senso il ruolo di innovatore della letteratura italiana di Vittorini ne viene notevolmente sminuito. Un libro che si propone con intenti quasi documentaristici ma che d'altro canto risulta poco limpido (verosimile, ma non vero) nella sua scrittura. Con voli pindarici, di immaginazione e di stile, forzatamente astratti e difficili da seguire, flashback confusi e irreali. Con risultati ben al di sotto dei supposti intenti.

Eppure...

Eppure sono contento di essere andato avanti nella lettura. Se la sperimentazione non gli viene così bene, beh, c'è la storia. E la storia è tosta, semplice e bella. Sì, la vicenda d'amore che fa sottofondo alla guerra è un cliché dei più ovvi e banali, finto e hollywoodiano anche per l'epoca, e nei momenti in cui è di questa che si parla, è proprio lì che le descrizioni e i commenti diventano forzosi, i dialoghi così irrealmente pseudopoetici da sfiorare, varie volte, il ridicolo. Ma la storia rimane potente. I personaggi sono forti e maliconici, sanno che  la vittoria è alle porte ma sono tristi per tutto quello che hanno subito e stanno subendo. E non si fermano, continuano a distruggere, a morire e a far morire. Gli orrori sono vivi, e descritti in maniera lucida ma leggera, a colori vivaci e intensi ma rispettosamente. È chiaro che quelle più che descrizioni, sono testimonianze, fotografie mentali. E forse le pagine degli strampalati dialoghi d'amore servono anche a contraltare e contrastare la forza della brutalità di quei giorni, in un tentativo di ricerca di equilibro (non che questo le giustifichi, visto il risultato, ma le può spiegare).

Inoltre, un paio di pagine in particolare delle riflessioni di Vittorini sono potenti, laceranti, e applicabili facilmente anche ai giorni nostri. E tramite il personaggio meno sospettabile di tutti, un cane, la domanda esplode in tutta la sua ferocia ed ci si accorge che é l'unica cosa che conta, che ha sempre contato, lo spunto che dà il titolo al libro: Che cos'è un uomo? Che cosa non lo è? Fino a che punto possiamo decidere di esserlo?

Se si è in grado di andarne al cuore, semplicemente, ignorando gli orpelli e gli artifizi, un libro che può pure non entusiasmare, ma che di sicuro lascia il segno.




Il tempo dei maghi (Rinascimento e modernità) di Paolo Rossi, (1a ed. 2006, formato Kindle): Ci si può avvicinare a un libro per i motivi più disparati. Questa volta per me la ragione è stata  particolare. Ho iniziato a leggere questo bel tomo di 379 pagine semplicemente perchè irresistibilmente attratto dal titolo, nulla più. Non sapendo tra l'altro (data la mia ignoranza in materia) che l'autore fosse uno dei più importanti storici e filosofi della scienza contemporanei. Durante la lettura me ne sono reso conto abbastanza presto, a dire il vero. Il testo ripercorre criticamente la storia che ha portato alla nascita della scienza e del pensiero scientifico, alla formazione dell'accezione che diamo oggi al termine. Il suo distacco graduale, per nulla semplice e scontato, dalla magia naturale e dall'alchimia. Rossi ne descrive gli antefatti, a partire dai tempi remoti dei pensatori ermetici e neoplatonici e si sofferma a lungo analizzando il cuore di questo processo, localizzandone i momenti chiave, descrivendone evoluzioni e involuzioni nel Rinascimento sino a metà '600, per concludere illustrandone il lascito all' età moderna. Un bel ripassone di quanto poco e malamente studiato al liceo (ma, devo dire, grazie alla mia iniziativa personale in maniera un po' più seria anche in un esame facoltativo universitario), con notevoli approfondimenti e elaborazioni interessanti. In aggiunta, ed è la caratteristica di questo testo che un curiosone come me non poteva non apprezzare, è presente nel libro una notevole aneddotistica a corredo delle lezioni, che si rivela preziosa e intrigante, e che mi ha aperto un sacco di caselline con punti di domanda nella mente impreparata, dandomi vari spunti per divagazioni di studio e addirittura qualche ideuzza di scrittura. A un' ora di lettura ne veniva quasi sempre affiancata un'altra di ricerche in rete.
(Una per tutte: che Newton fosse un appassionato studioso di alchimia, tanto da descrivere i suoi lavori nel campo della fisica come distrazioni da quello che considerava il suo impegno principale, non lo ricordavo proprio, se mai l'ho saputo. E così via.)
L'obiettivo è sempre quello di di evidenziare quel lento e contrastato cambio di paradigma che ha sancito la fine della "magia" come scienza reale e che ha portato al consolidarsi del pensiero scientifico moderno.

Rossi illustra efficacemente le sue idee, da insegnante e accademico, con citazioni dotte e sempre opportune, con la confidenza evidente dello studioso affermato (questo è uno dei suoi ultimi testi pubblicati).

Si realizza subito come l'autore, approfittando probabilmente della posizione raggiunta e della veneranda età, non esiti a togliersi più di un sassolino accademico dalla scarpa, facendo elegantemente a pezzi alcuni suoi colleghi. Questa cosa a dire il vero non dovrebbe costituire ragione di plauso, ma lavorando in ambito accademico non ho potuto che gustarmelo divertito.

In particolare Rossi se la prende con Giordano Bruno. Cioè, non proprio con lui ovviamente, ma con la lettura che vari altri studiosi del filosofo fanno del suo pensiero, sovrastimandone, secondo Rossi, i meriti in termini di rivoluzionario e innovatore della mentalità scientifica. La figura di Bruno, cui Rossi dedica una sostanziosa porzione del libro, ne esce notevolmente ridimensionata in questo senso. Io non sono un esperto, né uno studioso della materia, e le mie conoscenze nell'ambito sono quelle di base, per cui gli è stato probabilmente molto facile convincermi, ma l'autore porta argomenti validi a sostegno della propria teoria, supportati da citazioni e testi originali difficilmente contestabili.

Al contrario, viene data rilevanza al contributo alla creazione del concetto moderno di scienza dato da altri pensatori, Francis Bacon in primis, nonché illustrata l'inaspettata influenza che personaggi minori hanno avuto nella rottura di dogmi consolidati, come Francesco Patrizi che con le sue critiche all'immobilità del pensiero copernicano, è stato tra i prima a liberare il campo all'avvento della nuova concezione del sistema solare di Keplero.

Insomma un libro che mi sono goduto, che mi ha coinvolto in riflessioni appassionate, nonostante lo abbia letto in un'estate fisicamente faticosa, riflessioni per me (non avvezzo a questo tipo di ragionamenti) più che sufficientemente impegnative.

Una lettura valida sia per chi è appassionato di scienza e vuole aggiungere una dimensione diversa alla propria conoscenza rispetto al consueto bagaglio tecnico, sia per chi la storia della filosofia la padroneggia meglio, ma vuole approfondirne l'evoluzione specifica in ambito scientifico.



Il colore della magia e La luce fantastica di Terry Pratchett, (trad. di N. Callori, 1 ed. 1989 e 1991, Kindle). E vabbé. Qui si sfonda una porta aperta. Parlo dei due libri insieme perché li ho divorati uno di seguito all'altro, e visto che il secondo riparte nel punto esatto in cui il primo si era concluso, io li ho vissuti come un unico librone. I primi due libri del Ciclo di Scuotivento, un caposaldo del mondo fantastico creato dall'autore-culto Terry Pratchett. Ho girato attorno a Pratchett per anni, senza mai cogliere l'occasione per leggerlo, anzi per qualche strana coincidenza la sua enorme e celeberrima creazione letteraria mi era pressoché totalmente ignota: non mi erano arrivate recensioni, informazioni, nulla perché ne fossi incuriosito, in tutti questi anni. Poi è capitato, ho afferrato il nome che mi passava sotto il naso e ho cominciato.

Per i pochissimi che come me ne ignoravano le caratteristiche, i romanzi dell'universo creato da Pratchett sono esilaranti storie di stampo fantasy, dove l'autore, giocando con i cliché del genere, sovvertendoli e spesso ridicolizzandoli, dà sfoggio di un incredibile fantasia, e spiazzando continuamente il lettore lo trascina con sé, appassionandolo alle avventure dei suoi eroi.

I personaggi dei suoi romanzi sono legati tra loro, e spesso quella che è una figura di secondo piano in una storia, che appare brevemente e come poco più di una comparsa, diventa l'eroe di un altro libro, dove è la sua di storia sulla quale l'autore si concentra. Pratchett non è l'unico ad aver usato questa tecnica, ma è l'unico (a quanto ne so) ad averci costruito un intero universo narrativo, sparso per decine di libri, storie brevi e racconti.
Qui si segue il mago Scuotivento, dalla leggendaria inettitudine, sballottato da un'avventura all'altra contro la propria volontà, eppure fortunatissimo nel cavarsela sempre , per il grande cruccio di Morte, che non riesce a catturarlo. Un perdente nato, con caratteristiche diametralmente opposte all'eroe, ma che è al tempo stesso distante anni luce dall'antieroe hollywoodiano e maledetto. Scuotivento vuole semplicemente tornarsene a casa, e fuggire a gambe levate quando c'è pericolo in vista, ma non ci riesce. Gliene capitano di tutti i colori, finisce in situaizoni di estremo pericolo, ma si salva, sempre, per un pelo. E seguendo lui incontriamo una serie soprendente di personaggi, uno più bizzarro e strampalato dell'altro, che scorrazzano su e giù per un mondo ancora più strano e incredibile. Il sogno dei terrapiattisti, un pianeta bidimensionale, Mondodisco, appunto, un piatto che se ne sta appoggiato sul dorso di quattro elefanti, che a loro volta sono appoggiati sul guscio di una gigantesca tartaruga che vola placidamente per lo spazio buio.



Pratchett gioca, scherza, non si prende sul serio, e per questo motivo può fare quello che gli pare, sovvertire non solo le regole del genere ma anche e soprattutto quelle della scrittura. Lo fa abilmente, tenendosi l'attenzione del lettore, che accetta di essere sballottato qua e là, abbandonato e poi ripreso,  catapultato nel tempo, lasciato nel nulla senza informazioni, proprio come i personaggi delle sue storie. Al tempo stesso però, come tutti i bravi umoristi, lancia più di un messaggio sociologico (questo aspetto della sua narrativa mi dicono verrà sempre più rafforzato nei libri seguenti). Una nota sulla traduzione, che appare non molto curata, con sviste evidenti e scelte questionabili (leggo su internet che i fan dello scrittore la detestano). Il fatto che il primo  romanzo fosse stato pubblicato per la prima volta nella collana Urania di Mondadori, che sfornava a catena fantascienza da consumo, potrebbe forse esserne la spiegazione.

Insomma, mi sono divertito, e o deciso di andare a fondo e leggere tutti i libri della saga del mondo disco. Quanti sono? Appena 41.

lunedì 12 febbraio 2018

Come si cambia il pannolino. Manuale pratico.

Luca.
Da qualche tempo cambiare il pannolino al mitico Luca é diventato una faticata. È incredibile quanto un cosino così piccolo possa essere così sgusciante e anguillesco.

Credo sarebbe più semplice mettere un pannolino a una trota salmonata, pensavo pochi giorni fa.

Conscio della profonda verità di queste parole, mi è tornato in mente un testo vecchissimo che girava su internet molti anni fa quando ancora non esistevano né social media né blog (ora si direbbe un testo virale, all'epoca era semplicemente una mail divertente che la gente si inoltrava l'un con l'altro) dove veniva fatta la stessa associazione bimbo-pesce. 

Ho ritrovato quel testo e ho pensato di riproporlo qui, a beneficio di chi non lo ha mai letto o se lo era dimenticato.. A parte il borotalco che non si usa più, e i ruoli mamma/papà interscambiabili, mi sembra sempre valido. All'autore, sempre rimasto anonimo, continua ad andare ogni merito.

Buona lettura :)


Il Pannolino

Ogni mamma dice: "La cacca del mio piccolino non puzza". Avete mai provato a cambiare il pannolino ad un bambino?

Cose che accadono quando si cambia un pannolino:

Il pannolino può essere cambiato per tre ragioni:

a)         perché lo dice la mamma;
b)         perché lo dice la suocera;
c)         perché il bimbo ha cagato.

Naturalmente il gesto perde, nei primi due casi, gran parte della sua drammaticità. 
Il vero, autentico, cambio di pannolino prevede la presenza della merda.

Di solito accade così:

La mamma prende in braccio il bambino, lo annusa un po' e dice, con voce gaia e piuttosto cretina:
'E qui cosa abbiamo fatto, eh? Sento un certo odorino: cosa ha fatto l'angioletto?'.
Poi la mamma va di là e vomita.

A questo punto si riconosce il padre di destra e il padre di sinistra.
Il padre di destra dice: 'Che schifo!' e chiama la tata.
Il padre di sinistra prende il bambino e lo va a cambiare.

Il pannolino si cambia, rigorosamente, sul fasciatoio.
Il fasciatoio è un mobile che quando lo vedi a casa tua, capisci che un sacco di cose sono finite per sempre, tra le quali la giovinezza.
Comunque è studiato bene: ha dei cassettini vari e un piano su cui appoggiare il bambino.
Far star fermo il bambino su quel piano è come far stare una trota in bilico sul bordo del lavandino. E' fondamentale non distrarsi mai.

Il neonato medio non è in grado quasi di girarsi sul fianco, ma è perfettamente in grado, appena ti volti, di buttarsi giù dal fasciatoio facendoti il gesto dell'ombrello: pare che si allenino nella placenta, in quei nove mesi che passano sott'acqua.

Dunque: tenere ben ferma la trota e sperare in bene.
Una volta spogliato il bambino, appare il pannolino contenente quello che Gadda chiamava "l'estruso". E' il momento della verità. Si staccano due pezzi di scotch ai lati e il pannolino si apre. La zaffata è impressionante. E' singolare cosa riesca a produrre un intestino tutto sommato vergine: cose del genere te le aspetteresti dall'intestino di Bukowski, non di tuo figlio. Ma tant'è: non c'è niente da fare.
O meglio: si inventano tecniche di sopravvivenza.

Io, ad esempio, mi son convinto che tutto sommato la merda dei bambini profuma di yogurt.
Fateci caso: se non guardate potrebbe anche sembrare che vostro figlio si sia seduto su una confezione famiglia di Yomo doppia panna. Se guardate è più difficile. Ma senza guardare? Io con questo sistema sono riuscito ad ottenere ottimi risultati: adesso quando apro uno yogurt sento odor di merda.

Impugnare con la mano sinistra le caviglie del bambino e tirarlo su come una gallina.
Con la destra aprire la confezione di salviettine profumate e prenderne una. Neanche il mago Silvan ci riuscirebbe: le salviettine vengono via solo a gruppi di ottanta. Scuotete allora il blocchetto fino a rimanere con tra le dita un numero inferiore a cinque salviette. A quel punto, di solito, la gallina-trota, stufa di stare appesa come un idiota, dà uno strattone: se non vi cade, riuscirà comunque a spargere un po' di cacca in giro.

Tamponate ovunque con le salviettine profumate. Ritirate su il pollo e con gesto rapinoso pulite il sedere del bambino. Posate le salviettine usate nel pannolino e richiudetelo.
A quel punto la vostra situazione è: nella mano sinistra un pollo-trota coi lineamenti di vostro figlio. Nella mano destra, una bomba chimica.

NON andate a buttare la bomba chimica: la trota scivolerebbe per terra.
Quindi, posatela nei paraggi (la bomba, non la trota) registrando il curioso profumo di yogurt che si spande per l'aria. Senza mollare la presa con la mano sinistra, usate la destra per detergere a fondo e poi passate all'olio. Ve ne versate alcune gocce sulla mano.

Esse scivoleranno immediatamente giù verso il polso, valicheranno il confine dei polsini, e da lì spariranno nell'underground dei vostri vestiti. La sera ne troverete traccia nei calzini. Completamente lubrificati, passate alla Pasta di Fissan, un singolare prodotto nato da un amplesso tra la maionese Calvè e del gesso liquido. Ne riempite il sedere del pollo e naturalmente ve ne distribuite variamente in giro per giacche, pantaloni, ecc. A quel punto avete praticamente finito. A quel punto il bambino fa pipì.

Il bambino non fa pipì a caso. La fa sul vostro maglione. Voi fate un istintivo salto indietro.
Errore.

La trota, finalmente libera, si butta giù dal fasciatoio.
Ritirate su la trota e non raccontate mai alla mamma l'accaduto.

Prendere il pannolino nuovo. Capire qual è il lato davanti (di solito c'è una greca colorata che aiuta, facendovi sentire imbecilli). Inserire il pannolino tra le gambe del bambino e chiudere. Il sistema è stato studiato bene: due specie di pezzi di scotch e il pannolino si chiude. Si, ma 
quanto si chiude? Così è troppo stretto, così è troppo largo, così è troppo stretto,così è troppo largo. Si può arrivare anche ad una ventina di tentativi. E' in quel momento che il bambino comincia ad intuire di avere un padre scemo: giustamente manifesta una certa delusione, cioè inizia a gridare come un martire. Da qui in poi si fa tutto in apnea e in un bagno di sudore.

Nonostante i decibel espressi dal bambino, mantenere la calma e provare a rivestire il bambino. E' questo il momento dei poussoir (bottoncino a clip, NdR). Quando Dio cacciò gli uomini dal paradiso terrestre disse: partorirete con dolore e dovrete chiudere le tutine dei vostri figli con i poussoir.

Per chiudere un poussoir bisogna avere: grandissimo sangue freddo, mira eccezionale, 
culo della madonna.
Il numero di poussoir presente in una tutina è sorprendente e, perfidamente, dispari.

Se nonostante tutto riuscite a rivestire il bambino, avete praticamente finito.
Vi ricordate che avete dimenticato il borotalco: il culetto si arrossirà. Pensate ai bambini in Africa e concludete: si arrossirà, e che sarà mai? Quindi prendete il bambino e lo riconsegnate alla mamma. Lei chiederà: 'L'hai messo il borotalco?'. Voi direte: 'Sì'. Con convinzione.


Ripercussioni fisiche e psichiche. Fisicamente, cambiare un pannolino, brucia le stesse calorie di una partita di tennis. Psichicamente il padre post-pannolino tende a sentirsi spaventosamente buono e in pace con se stesso.

Per almeno tre ore è convinto di avere la nobiltà d'animo di Madre Teresa di Calcutta.

Quando l'effetto svanisce, subentra un irresistibile desiderio di essere single, giovane, cretino e un po' di destra. Alcuni si spingono fino a consultare il settore 'Decappottabili' su Gente & Motori. Altri telefonano ad una ex-fidanzata e quando lei risponde mettono giù. Pochi dicono che devono andare a comprare le sigarette, escono e poi, tragicamente,  ritornano.
In casa li avvolge la sicurezza del focolare, il tepore dei sentimenti sicuri, e un singolare, acutissimo profumo di yogurt.


Un anonimo neo-papà

mercoledì 7 febbraio 2018

La gara delle gare. Sondaggio a valore universale.


Ci siamo.

La gara sta per cominciare. O meglio La Gara, con le maiuscole bene in evidenza. Il contest dei contest, quello che sta già appassionando grandi e piccini.
No, non sto parlando del festival di Sanremo, non scherziamo... Parlo di roba seria! No, nemmeno il Melodiefestival c'entra, no. Più seria ancora, vi dico (sì, è possibile...). Le olimpiadi? Suvvia. Molto, molto di più!

A vari anni dalla presa di coscienza del problema, è ora giunto il momento di mettersi in gioco in prima persona e fare la propria parte perché il dubbio eterno, che angoscia chiunque, sia che in Svezia ci viva o vi si trovi invece solo di passaggio, venga finalmente risolto, una volta per tutte. Bisogna decretare un vincitore. Il paese lo chiede.


Qual è la migliore brioche del Pressbyrån?


Per "brioche" intendo il dolcetto in vendita accanto al caffè nello scaffale apposito, che sia biscotto o meno, duro o morbido (per Pressbyrån si intende invece pressbyrån. Cioè la catena di edicole/tabaccai/negozietti sparse per tutta la Svezia accanto a fermate di metro e bus).
Chiamatela brioche, ma  anche "pasta", "bulle", "cookie", quello che vi pare. L'importante è che si stabilisca chi vince.

Fortunatamente (meno male!) siamo nel periodo della democrazia digitale, e quindi legittimati a stabilire verità assolute a colpi di (pochi) clic. Perché non approfittarne con un bel sondaggione? Serve un volontario che scatti qualche foto delle brioche (l'immagine, si sa, parla più di cento parole, specie quando le parole non le legge più nessuno) e  nel tempo libero le organizzi in una pagina web (e ce l'abbiamo, codesto volontario sono io!!!). Serve una connessione internet (abbiamo pure quella, a scrocco nel bar che mi funge da ufficio). Et voilà. Che la lotta sia intensa, cruenta e senza tregua.


domenica 4 febbraio 2018

Nursery Rhymes Battle.

La seconda parte della domenica mattina la si passa al Bullar&Bröd, un' ottima panetteria/forno/caffè a Valhallavägen, tra le due uscite della fermata metro di Tekniska Högskolan. L'abbiamo "scoperta" per puro caso, mentre, disperati, stanchi e trafelati, cercavamo un posto dove sistemarci e mangiare qualcosa dopo la prima lezione di danza di Annika.


Un locale enorme, per più della metà adibito a forno, sempre molto affollato nonostante la vastità degli spazi, con qualche tavolino e SENZA wi-fi (di sicuro una scelta precisa). Ottimo tutto: pane di qualità, panini caldi e freddi su ricette gustose e originali (esempio, fetta di pane grigliato, con avocado, cipolle caramellate e altre cosine), pizzettone (fantastico impasto, morbido e leggero, yumm), "bulle" (le paste, brioches, quelle cose lì insomma, buonissime sia nelle versioni tradizionali che nelle creazioni originali).
Scopro or ora che è un posto nuovo nuovo, creato l'anno scorso da Gabriel di Grado, premiato fornaio e vincitore del titolo di miglior panettiere di Svezia nel 2015, e dalla sua compagna. I prezzi sono elevatucci, soprattutto per panini e pietanze calde. Ma che buono!

Insomma, manco a dirlo, il posto è diventato un appuntamento fisso del dopo-danza e anche oggi eravamo lì in situazione di relax massimo.  Sia chiaro, parlo relativamente a quanto di relax ne può permettere una coppia di bimbi di 3.5 e 0.5 anni circa, spesso entrambi in condizione di veglia. Ergo, stando larghi, tra un decimo ed un ventesimo dello svacco medio in assenza di figli.
Ok, per essere precisi diciamo che ce ne stavamo là relativamente tranquilli, usufruendo di una percentuale vicina al 100 del MRPP1F (Massimo Relax Possibile con Più di 1 Figlio).

Annika, all'improvviso, mi chiede di inventare una filastrocca. Bum. Non si scappa. La vuole. Lì, in mezzo alle chiacchiere soft, da domenica mattina, degli altri avventori, e ai profumi delle prelibatezze che escono dal forno. Una impro-filastrocca, originale, ora. Sorride già, gustandosi l'attesa. Filastrocca? La cosa mi sorprende un pochino, perché non è che sia un gioco, un passatempo al quale ricorriamo così spesso, anzi... Ma, al tempo stesso, la cosa non mi sorprende tanto, visto che stiamo parlando di Annika. E poi un paio di giorni fa abbiamo riso mentre giocavamo coi lego e facevamo pronunciare sciocchezze ai pupazzetti. Credo si riferisca a quello. In ogni caso serve una filastrocca. È urgente, me lo richiede. E, conoscendola (e la conosco), ne serve anche una buona. Perlomeno decente.  Non è che basti riciclare due scemenze, magari senza rima o fuori metrica. Vero, potrei sempre dire che sono stanco, o spiegare che non è una cosa immediata, eccetera, non sarebbe un grosso problema cavarsela...
Oppure potrei provare.

Luca dorme beato, infagottato nel suo morbido passeggino. Giusi è in attesa di vedere che succede. Abbiamo finito le nostre pizzette, non c'è tantissimo altro rimasto da fare.
Bene, e filastrocca sia, prima del caffè. Mi concentro.

Nursery Rhymes Battle.

Phase one

"Non si dorme tra le rose!",
-dice a Luca il giardiniere-
"Ma son belle e odorose,
e qui non mi puoi vedere!"

Applausi, sorrisoni. Beh, ho giocato sporco, ho tirato in ballo il fratellino.. Comunque: Phase One completed. Clap, clap. Grazie, grazie! Fiuuu...Sollevo mentalmente una coppa dorata, mentre orgoglioso mi godo il temporaneo riposo.
Perchè sappiamo tutti che ci sarà una Phase Two. E infatti, dalla platea: "Un' altra, un' altra!". Bene, una per uno, giusto. Mi ri-concentro.

Phase Two:

Annika spezza la pizza a pezzi,
ma la pizza non ci sta:
"Se mi spezzi in tanti pezzi,
poi mi butti per metà!"

Tripudio. L'abbinamento personaggi reali-storie di vita vissuta ha successo. La folla festante mi porta in trionfo. Phase Two completed.

Ora, sarebbe bello che questa storia avesse un seguito, e avrebbe di certo potuto. Infatti la richiesta di un'altra impro-filastrocca è stata immediata e puntuale. Ma chiunque sia genitore o abbia dimestichezza coi bimbi sa che alcune richieste vanno un po' contenute prima che sia troppo tardi e si venga catturati in una spirale senza fine. E certi svaghi sono un lusso effimero e breve quanto la pipì di una farfalla.
Tutto bene, questo è un grande pubblico, sa capire. È bastato un abbraccio, una battuta divertente e la promessa che ci rifaremo stasera, prima di andare a nanna, quando la battaglia di impro-filastrocche non avrà tregua.


martedì 28 novembre 2017

Punto e a capo.


Disclaimer: nel post seguente utilizzerò il blog per riflessioni personali, che probabilmente a eventuali lettori risulteranno prive di interesse. Nonostante sia il diario introspettivo una delle ragioni di esistere dello strumento blog, non è un approccio che abbiamo qui mai adottato, nè io nè Giusi. Questa eccezione è motivata dalla voglia di fermare nel tempo, più per me stesso che per gli altri, questo preciso momento. Sotto questo punto di vista l'annuncio in rete, teoricamente visibile da chiunque, nello spazio e nel tempo, incluso il futuro me, è il mezzo perfetto. Quella che segue è una piccola introspezione, onesta, sincera, senza veli né imbarazzi. Facile che risulti noiosa o insulsa.


Estate 2017. Proprio quando le cose della vita sembravano avviate verso un felice e per nulla monotono ripetersi, pieno di quotidianità, di lavoro, e di periodici e programmati stimoli in ambito intellettuale e sociale, proprio quando tutto cominciava ad avere un senso, di colpo la botta, lo scossone, il deragliamento. Tutto insieme, a inizio estate 2017.

Quando da ragazzino mi divertivo a coniare "aforismi", saltai fuori in un'occasione con: "Per lunghi momenti non succede nulla, e poi tutto succede nello stesso momento". A parte la grammatica un pochino sacrificata alla musicalità della frase, è azzeccato, ora più che mai.
A inizio estate 2017 è cominciato a piovermi addosso di tutto, da qualunque parte. Quasi tutto quello su cui mi appoggiavo ha iniziato a tremare, a spostarsi, a rivelarmi una parte fino ad allora nascosta che presupponeva un cambio di relazioni, un reset e restart. Un punto e a capo.

Non è mia intenzione riportare la cronaca dettagliata di tutti gli avvenimenti, la mia catarsi l'ho già compiuta (beh, la sto compiendo) e abuserei (qui sì) dello strumento e della pazienza del lettore (incluso il futuro me stesso).

Fatto sta che sono ripartito (beh, sto ripartendo). Non è semplice, per nulla, sono sempre stato abituato a decidere tra opzioni ragionevolmente sensate, tant'é che nelle poche occasioni in cui la decisione era imposta e contrastante i miei desideri ho seriamente sbroccato. Ma eccomi qua. A formare una nuova persona, totalmente diversa. Cercando di incanalarvi dentro, nella sua costituzione, qualcosa di quello che credo di poter fare, che mi diverte fare.

Il mio quasi-nuovo quasi-me ha un altro lavoro, che assomiglia a quello di prima, ma che non lo è nei suoi aspetti fondamentali. A inizio estate 2017 le saracinesche del posto di lavoro si sono abbassate di colpo, senza preavviso, lasciandomi chiuso fuori, con l'unica opzione di emigrare ancora, cambiando la vita mia e dei miei familiari che proprio ora si era assestata, o rimanere potenzialmente disoccupato, con oltre la bimba di tre anni, un nuovo bimbo, appena arrivato, piccolo piccolo.
Il bimbo, sì. A inizio estate 2017 è nato Luca. Fantastico. Con una grinta da boxeur e una gioia francescana innate. Quando ti nasce un figlio, il cervello ti si riorganizza, crea nuovi percorsi, e per un po' si destabilizza. Figuriamoci se hai appena perso il lavoro.
A inizio estate 2017 ho passato un mese con Annika, la primogenita, spesso da soli, noi due. Un mese faticosissimo, estremamente impegnativo, ma fantastico (specie se visto col senno di poi). La bimba è un fenomeno, un fiume in piena, esige stimoli continui e profondi, si abbevera senza limiti. Per uno come me, patologicamente curioso e interessato, è un invito a nozze. Giornate intere (letteralmente) e consecutive ad analizzare, capire, esaminare. Estenuante.
A inizio estate 2017, a circa sette anni dal suo inizio, si è conclusa la mia avventura nel mondo del teatro. Dopo uno spettacolo faticoso (e che ha messo alla prova la pazienza di chi mi stava intorno, dentro e fuori scena) ma estremamente appagante, mi sono ritrovato inaspettatamente fuori dai giochi. Ora, non posso dire che il teatro fosse la mia vita, purtroppo. Ma quel "purtroppo" dice tutto. Sin da bambino, timido e impacciato, ho sempre sognato di recitare, vivere altre vite, di imparare ad emozionare e facendolo emozionarmi. È una cosa che non si può improvvisare, e va fatta per bene. Cominciare a farlo mi procurava immensa gioia, e non nascondo che il teatro era ben di più che una maniera per staccare. Una bella botta. Figuriamoci se hai appena perso il lavoro e ti è appena nato un figlio.

Beh, il succo si è capito, come detto non riporterò tutto qui. A inizio estate 2017 è successo altro ancora, in genere delusioni, qualcuna, bruciante, riguardante amici, ma la situazione complessiva ce la si può immaginare.
Insomma, per uno cronicamente incapace di decidere e perennemente afflitto dal ripensamento e dal dubbio non è per nulla semplice. Soprattutto se hai 48 anni e da venti sei sotto cure mediche per depressione cronica.
È una variabile importante l'età. Sono sempre stato ossessionato dal trascorrere del tempo, e a quest'età l'ossessione non è nemmeno più un' ossessione, quanto un punto fermo con il quale fare i conti.

Che ho fatto allora? Beh, innanzitutto quello che mi riesce meglio, procurarmene altro, di tempo, E ce l'ho fatta, egregiamente direi. Sono riuscito a conquistarmi 8 mesi prima di decidere se impacchettare tutto, una volta ancora, ed emigrare. Tre sono però già passati senza che nulla sia stato ancora deciso, ma erano necessari per fermarmi, mettere i piedi a terra, fare il punto della situazione e organizzarmi praticamente nelle cose di vita quotidiana. E non è stato per niente semplice e riposante. Anzi.
Ora devo andare avanti, però, ora è il momento di cambiare marcia.

Ho un nuovo ufficio, che è il bar alla mattina e la biblioteca di quartiere il pomeriggio, dove lavoro su un piccolo portatile, viaggio una settimana al mese per l'europa, di giacca  e cravatta vestito. Chi l'avrebbe mai detto?
Scrivo. Poco e con fatica, ma scrivo.
L'idea iniziale era di continuare da solo con il teatro, o perlomeno di trovarne un surrogato. I progetti, credo anche abbastanza interessanti, che avevo ideato sono per il momento chiusi nel cassetto. Come detto, è una cosa che va fatta bene, e per vari motivi non sono in grado di farlo, non da solo. Per il futuro vedremo, anche se la decisione è più o meno presa; per ora mi dedico alla scrittura, un mio altro grande amore trascurato e dalle caratteristiche per molti versi opposte.
Ho avuto l'opportunità di congedarmi dal teatro con un ultima piccola cosa, e questo è stato molto importante, anche se un po' triste. Perlomeno sapere che quella è, anche se forse non per sempre e solo in potenza, chissà, l'ultima volta in cui si abbassa il diaframma, si riempiono i polmoni e si entra in scena, ha tolto un bel po' dell'amarezza che avevo in corpo. È stato un congedo conscio, in maniera da eleborare il mio piccolo lutto.
Ora andiamo avanti.
Ho completato e sistemato due racconti, ne sto finendo un terzo, e buttato giù le trame di altri. Onde non invadere questo spazio, se ci riesco partirò con un'idea che ho in mente da tempo, un altro blog dedicato alle storie, vere, che reputo interessanti raccontare (il titolo mi è stato rubato da una serie TV, mannaggia, ne devo trovare un altro).

Insomma, i pezzi, lentamente e faticosamente stanno iniziando a sistemarsi. A fine estate il filo della spada di Damocle si è notevolmente irrobustito, gli esami hanno dato esito negativo, e dopo cinque anni sono da considerarsi clinicamente guarito. Questo ti aiuta a rimettere le cose nella giusta prospettiva. Voglio dire, se sei sopravvissuto al cancro, puoi sopravvivere anche ad altro no? E se si dovesse cambiare paese, si cambierà, amen. Se si dovesse fare tutt'altro lo si farà, bòna lè. Se si dovesse ricominciare daccapo, si ricomincerà.
Punto e a capo.



sabato 1 luglio 2017

Un mese!


Esattamente un mese fa è nato il nostro bebis, Luca.

Ventiquattro ore dopo, in una stanza d'albergo inondata di luce, ci svegliavamo così: lei tutta spettinata, con lo sguardo ammirato traboccante di tenerezza. Lui una tartarughina con il broncio, le gambe lunghe lunghe e la pelle screpolata.

Esattamente un mese fa è nato un grande amore: quello di una sorella premurosa per il tanto atteso fratellino, compreso in quello di due increduli genitori per le due sorprendenti creature che mai avrebbero osato immaginarsi accanto.

Buon primo mese, amatissimo bebis!


mercoledì 3 maggio 2017

Ah, dimenticavo...

...avevo lasciato una cosa volutamente in sospeso quando ho dato quest'annuncio qui.
Era mia intenzione fare partire un sondaggio per determinare il sesso del nascituro, come fatto con successo per Annika.
Tuttavia il poco tempo a disposizione, ma soprattutto il fatto che il blog lo stiamo usando sempre meno, ha fatto sì che io non ci sia riuscito. Ora, anche se sono sicuro che il nascituro non me ne vorrà (perlomeno per i prossimi 14-15 anni), sento una forte responsabilità nei confronti dei numerosi e sfegatati fan (diciamo pure seguaci) del blog, che stanno probabilmente lacerandosi le vesti dallo strazio e dalla disperazione.


Vorrei porre rimedio a questo increscioso incidente.
Ebbene, a netto di pelliccia e tavolozza, la creatura sarà di questo tipo qui.



Ergo un maschietto.
Per il nome siamo ancora moooolto indecisi, non ce ne è uno (che sia italiano o svedese) che piaccia ad almeno uno dei genitori e che non sia stato appena assegnato a qualche bimbo di familiari o cari amici.
Abbiamo chiesto aiuto ad Annika, che, dapprima riluttante, dietro nostra insistenza ha risposto alla domanda "Come lo vuoi chiamare il bebis?" (bebis in svedese significa bebé) con un deciso:

1) Bebisitter. E su questo nome è rimasta arroccata per un mesetto circa.

2) Gino. Questa seconda opzione è stata strenuamente difesa per un'intera giornata.

3) Topizio. Al che abbiamo smesso di insistere, vedendo che si stava percorrendo una direzione pericolosa e che ci stavamo rimettendo noi.

Qualcosa salterà fuori, per il nuovo fagiolino... Ecco, Fagiolino!!!
Giusiii, l'ho trovato...!






mercoledì 5 aprile 2017

I saluti mattutini di mia figlia



Facendo spesso tardi al lavoro e tornando a casa a sera inoltrata, capita che il giorno successivo me la prenda un po' comoda.
In quei giorni Giusi e Annika escono di casa per andare all'asilo prima di me. Qualche tempo fa, Annika ha preso l'abitudine di rivolgermi frasi di saluto particolari, diciamo "non convenzionali".
Il copione è pressoché identico ogni volta. Giusi apre la porta, Annika tutta infagottata nei vestiti antipioggia mi dice un primo "Ciao!" con manina in movimento e si avvia verso l'uscita. Con un piede aldilà della soglia la piùcheduenne immancabilmente si ferma, si gira su sé stessa e, tutta seria, dice cose del tipo:

-ci vediamo su youtube.
-ci vediamo lunedì (detta il martedì).
-ci vediamo alla prossima.
-ci vediamo sull' acusu (autobus).
-ci vediamo l'anno prossimo (questa l'ha detta anche alla maestra dell'asilo prima di tornare a casa).
-ci vediamo a Capri (O_o ? Da dove è arrivata questa ancora non me lo spiego)
-ci vediamo a feisbuc.

Poi si rigira e se ne va, lasciandomi questa sentenza finale come ultima memoria mattutina da portarmi al lavoro.

Queste sono solo alcune delle frasi pronunciate sino ad oggi... altre purtroppo me le sono dimenticate.
Fuori elenco ma degna comunque di menzione c'è "Ci vediamo su Skype" che è la maniera di Annika di chiudere le proprie telefonate immaginarie con pupazzi e affini da quasi un anno.
Quello che mi fa morir dal ridere è che ogni volta cambi, e si sforzi di trovare qualcosa di nuovo. Da notare la presenza di più saluti legati al mondo di internet e della comunicazione del terzo millennio.
Comprensibile, certo, ma in ogni caso tocco ferro: al momento non mi vengono in mente motivi validi e accettabili che mi possano portare a finire dall'ufficio a un video virale su Youtube.
No, per quanto ci pensi non me ne vengono.