domenica 25 dicembre 2016

Sorpresa n. 2

Uhi, ma guarda tu per che cosa vado a rispolverare il blog... Beh per le persone che frequentiamo più spesso non è una sopresa... :)

indizio numero 1)
la conoscete questa pubblicità?



indizio numero 2)
Ve lo ricordate questo?

C'era questa immagine:



Insomma, siamo di nuovo qui. Presto saremo uno in più.


Buon Natale.




giovedì 25 agosto 2016

Mother's kiss



Succede che un giorno ti esca dalla tasca una piccola pallina, verde, di plastica. Meno di mezzo centimetro di diametro, piccola piccola. Una pallina che in tasca ci è finita chissà come. Boh! Succede che, in ritardo per il lavoro, l'appoggi sul davanzale, ben lontano dalla portata della bimba, con l'intento di buttarla quando esci.
Succede che qualche ora dopo la pallina per qualche motivo finisca per terra, e la bimba la prenda e inizi a giocarci. La mamma le dice di buttarla. Visto che immagina che probabilmente la bimba non lo farà, finisce rapidamente quello che sta facendo e, nemmeno il tempo di girarsi, la bimba le dice: "Mi sono messa la pallina nel naso".

Panico. Calma. Panico. La pallina è lì, si vede bene. Pinzette, dove sono le pinzette. Eccole. Ferma, Annika, ferma. Ma la bimba respira e la pallina sparisce nella narice. Soffia, Annika, soffia col nasino. Lei ci prova, ma non succede nulla. Ok, ora non si vede più. Cellulare scarico. Chiamare dal fisso. Numero per le emergenze occupato, con coda. Basta. Taxi, pronto soccorso, la pallina è veramente piccola. Calma comunque.

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È dal reparto di Otorinolaringoiatria, a cui siamo stati inviati dal pronto soccorso, che un'infermiera calma, gentile e sorridente, dall'aspetto rassicurante, ci dice che mentre aspettiamo il dottore dovremmo provare il "Mother's kiss", una semplicissima ma utilissima manovra che risolve molti di questi casi. Ora mi immagino già le facce di tanti: "Ma come, non lo sapevate?" No, nessuno ce lo aveva mai detto. E per quanto mi consideri supercampione di quiz televisivi, profondo conoscitore di aneddotica e nozioni sparse, questa non la sapevo. E nemmeno Giusi, che è molto più intelligente di me.
E ora dico: "In effetti è logico! Addirittura banale!" Ma se la cosa non la sai da prima è difficile che il tuo cervello in quel momento si metta a ragionare in maniera logica e a escogitare soluzioni banali.

Supponendo che magari qualcun'altro che è nella nostra condizione di ignoranza ci sia, e convinto che certe cose vadano divulgate, la scrivo qui.

Sì, perché abbiamo fatto sdraiare Annika in grembo a Giusi, la testa rialzata, io ho tappato la narice opposta a quella che conteneva la pallina - ma non serve una seconda persona, semplicemente ero lì e volevo partecipare - Annika su richiesta ha aperto la bocca, Giusi gliel'ha tappata con la sua e ha soffiato con forza. La pallina è schizzata via dal naso ed è rimbalzata a terra.



E mentre ce ne andavamo via, rilassati e sereni, Annika ha commentato: "Povera pallina!"

Dettagli qui: http://www.trentaore.org/blogger/corpi-estranei-nel-naso/






Update: Madicken, un famoso personaggio di Astrid Lindgren è coinvolta in un episodio molto simile (e stranoto in Svezia): riesce a convincere la sorellina a mettersi un pisello nel naso... La storia è raccontata in un un libro. Dalle vicende di Madicken è stata tratta una serie tv di grande successo in Svezia, tuttora visibile su SVT play (solo per i residenti)






lunedì 1 agosto 2016

DUE.

DUE. E' un numero importante. L'unico numero primo pari. Nella smorfia napoletana rappresenta "la bambina".
Ehi, Annika è una bambina...! E oggi è il suo compleanno. Indovinate quanti anni compie? Esatto: DUE.
Rispetto allo scorso compleanno, il tempo che la nostra fagiola ha passato con noi è raddoppiato. Altro prodigio.

TANTI AUGURI!!!!


mercoledì 22 giugno 2016

Midsommar for beginners!





Ci siamo quasi. Sta per arrivare!

Ora non starò qui a spiegare nel dettaglio che cosa sia la festa di Midsommar, e cosa rappresenti per gli svedesi. Non me ne vogliano gli amici italiani, ma occorrerebbe troppo tempo, e su internet si trovano già un sacco di notizie.
Diciamo solo che è una antichissima festa pagana (non solo in Svezia, ma in tutto il Nord Europa), celebrazione del solstizio d'estate (che a dire il vero era ieri), e quindi dell'estate che sta cominciando, nonché dei mesi fertili che verranno. Tutta questa gioia si porta dietro anche una coda di malinconia, visto che al tempo stesso le giornate iniziano ora ad accorciarsi, ricordandoci che, seppure ancora lontano, l'inverno è in arrivo (gli svedesi amano scherzarci su, ma è uno scherzare con una coda di amarezza...)


Prima di tutto si fa in campagna, o in mancanza di questa in un luogo aperto e verde. Ma in campagna è meglio. Più in campagna è, meglio è. Tra le mete più ambite, il meraviglioso Dalarna.
Si festeggia con gli amici e la famiglia. Anche qualora si sia in un posto pubblico, ogni gruppo rimane per conto proprio. Niente di strano, si pensi ai nostri picnic di pasquetta...
Si mangia cibo portato da casa, e si beve, si beve tanto (uh, quanto si beve!). In particolare Aringhe, patate bollite e snaps non mancano mai.





Poi, la festa porta con sé un sacco di tradizioni e simboli, legati quasi sempre alla fertilità e al propiziamento della stessa, e la cui origine si perde nella notte dei tempi (era un sacco che volevo usare la frase “si perde nella notte dei tempi”).




C'è il Midsommarstång, il palo di Midsommar (più noto col suo nome inglese, Maypole), dalla simbologia abbastanza evidente e che qui non riportiamo per eccesso di pudore, che viene alzato durante i festeggiamenti al centro dello spazio ad essi dedicato e che è parte fondamentale degli stessi. Attorno al palo si danza in circolo (qui sì si sta tutti insieme) balli tradizionali suonati, se possibile, dal vivo. Questi balli prevedono movenze specifiche, che tutti gli svedesi conoscono, ma che non sono difficili da imparare. Ed è divertentissimo mescolarsi e provare. Si balla e si ride, si ride e si balla (dipende anche da quanti snaps avete bevuto).
Tra di essi, il celeberrimo “Små grodorna”, la danza della rana. Non commento, lascio la parola ai video (1, 2, 3).

E poi tanto altro. Come sanno anche i sassi ormai, in teoria la tradizione prevede che le ragazze in età da marito al ritorno dalla festa raccolgano loro stesse da sole nel bosco sette tipi di fiori diversi, che porranno sotto il cuscino, avendo così la fantastica e unica (beh, una all'anno...) opportunità di vedersi apparire in sogno il proprio futuro sposo. Il fiore è infatti anch'esso simbolo di fertilità.
Nel caso aveste occasione di parteciparvi, vi capiterà di vedere signore, ragazze e bambine con una coroncina di fiori in testa. Corone di fiori sono anche poste sul palo. Anche queste sono (ma vah?) simbolo di fertilità (sebbene con l'avvento del cristianesimo il loro significato si stato traslato a quello di “purezza”)
Ora, c'è chi sostiene a spada tratta che tali corone portate sul capo il giorno della festa siano in origine state, secondo la tradizione, indicazione che la fanciulla che le vesta sia in età da marito, libera, e si presuppone (complice anche tutta 'sta atmosfera di fertilità nell'aria), disponibile.
Raffreddiamo subito però l'entusiasmo dei giovanotti nostrani. Nonostante qualche film degli anni '60, ad oggi è in ogni caso semplicemente una cosa divertente, che tutte quante, anzi tutti quanti (pure qualche burlone del genere opposto, con e senza snaps in corpo) indossano.

Midsommar in Svezia secondo una pubblicità IKEA tedesca. A parte il vestirsi in costume e le ovvie esagerazioni, il fine umorismo teutonico ci prende abbastanza :)



Un' altra spiegazione meno estrema e comunque ironica...

Come al solito, nel finale, il motivo che mi ha spinto a scrivere tutto ciò. E meno male che non volevo entrare nei dettagli. Succede sempre così quando il demone (pagano) della scrittura mi afferra.

Questa volta è una motivazione sociale. Dove e quando andare a festeggiare midsommar? Prima di tutto quando. Si perchè il piccolo particolare è che quello che tutto il bailamme sopra descritto accade a Midsommarafton, il giorno dalla vigilia (cioé, quest'anno, venerdì), che è una vacanza “de facto” in Svezia. Il giorno di Midsommar si dedica al riposo e allo smaltimento degli snaps.

Nell'area di Stoccolma segnaliamo (ma solo per dovere) il parco di Skansen, frequentato più che altro da turisti.
Se si vuole vivere l'esperienza completa, con palo, danze eccetera, e assaporare (per quanto possibile) un'atmosfera autentica, da anni viene organizzata con successo una celebrazione presso il castello di Tyresö (bus 875 da Gullmarsplan, dettagli qui). Ci siamo stati, ed è sufficientemente pazza da essere interessante. Oppure un'alternativa è Hagelbypark (dettagli qui , bus 707 o 708 dalla metro di Alby o dalla stazione di Tumba). Qui non ci siamo stati, ma ce ne parlano bene.


E buon divertimento... :)

mercoledì 2 marzo 2016

La mia piccola biblioteca 2

Ma perché no..!
Questa cosa di pubblicare un breve commento sui libri che leggo è iniziata un giorno in cui non avevo niente da fare, ed ero divertito dalla schizofrenia delle mie letture. E ora ho realizzato che mi piace, molto, che mi rimanga una traccia dei libri che leggo e degli stati d'animo che mi hanno provocato. Nella marea delle cose lette, alla fine dimentico, faccio confusione, insomma un disastro. Per cui dare un po' di ordine non può far altro che bene. Il vecchio riassuntino che ci chiedeva la maestra alle elementari, magari con uno sforzino critico, come ci chiedeva sperenzosa la professoressa delle medie.
Sì, tutto bello, ma che necessità c'è di mettere questa cosa su internet, e divulgarla al mondo? Nessuna, ovviamente.

Perciò, ecco qui un altra minilista di libri letti nelle ultime settimane:





Il weekend, di Peter Cameron (trad. GH. Oneto, Adelphi, 2013. Ebook)
Lettura partita da un consiglio di un caro amico, nonchè profondo conoscitore della letteratura contemporanea, settore dove io sono tristemente poco informato.
Una storia intima, a cavallo tra un amore perduto e uno potenziale, dalle emozioni delicate e intense al tempo stesso e con una vena di profonda malinconia che lo permea completamente. Che si tratti di un amore omosessuale è volutamente e felicemente irrilevante. Scritto molto bene, con continui spostamenti di visuale, attraverso brevi ma puntuali accorgimenti tecnici che rendono il passaggio sorprendente e catturano il lettore. Bello. Non il mio genere preferito in questo momento, ma una lettura comunque molto apprezzata.



La posizione della missionaria. Teoria e pratica di madre Teresa, di Christopher Hitchens, (Trad. Eva Kampmann, Minimum Fax 1997, ebook). 
Ok questo è un libro tosto. Scritto da un dissacratore puro. Senza peli sulla lingua  e senza mezze misure. Hitchens era un noto saggista (e polemista), dichiaratamente ateo e avverso a ogni religione. Per cui le sue opinioni risultano forzatamente di parte, per quanto provi qui a mantenersi su toni neutri (riuscendoci peraltro nell'approccio e nell'impostazione, forse meno nei commenti). Ma, nonostante questo, rimane un saggio giornalistico molto ben documentato, che rivela un personaggio ben diverso della dolce anziana suorina oggi sul punto di essere dichiarata santa. Quello che ne viene fuori è un ritratto sconvolgente e difficilmente smentibile, di una integralista dura e inflessibile con i poveri, accomodante e permissiva con i ricchi, senza distinzioni (tra i suoi benefattori sanguinari dittatori, conclamati truffatori, ecc..). Che usa senza alcun controllo i fondi destinati ad ospedali per costruire conventi, che arriva a negare gli antidolorifici ai malati perchè "la sofferenza avvicina a Dio". Questo e molto, molto altro, attraverso sia le testimonianze di chi le è stato vicino, sia le dichiarazioni di madre Teresa stessa. Un libro che mi attendevo sì critico, ma molto più leggero e ironico, e che si è rivelato un cazzotto nello stomaco.



Godetevi la corsa, di Irvine Welsh, (Trad. M. Bocchiola, Guanda 2015, ebook)
Un altro ebook: sì, è il periodo degli ebook. Uno come me, che giurava non si sarebbe mai piegato alla svolta tecnologica, amante della carta, delle pagine, ha dovuto arrendersi all'estrema comodità del mezzo. Poi adoro sottolinerare e prendere annotazioni, e così mi viene ancora meglio.
Conoscevo Irvine Welsh solo per essere l'autore del celeberrimo Trainspotting, del quale comunque ho visto solo il film. Leggendo questo suo ultimo lavoro non è difficile riconoscerne lo stile narrativo, del quale il film è evidentemente permeato. In più ci si fa l'idea (non so quanto indovinata) che l'autore sia una fucina inarrestabile di parole e storie, che i personaggi prendano vita propria e si scatenino a combinarne più che possano lungo le pagine. E' un tomo poderoso, 440 pagine, diviso in macro sezioni da eventi chiave che determinano svolte nette nelle atmosfere narrative. Una cavalcata inarrestabile dai toni dapprima comici, beceri, poi grotteschi, poi sempre più drammatici. Situazioni allegre e spensierate che precipitano nella classica "spirale inarrestabile" di eventi arrivando ad assumere contorni al limite dell'orrorifico e dello sgradevole, per poi tornare con sollievo sui binari iniziali.
Un paio di protagonisti principali e qualche comprimario si dividono la narrazione in prima persona, ciascuno conservando il proprio linguaggio, fortemente caratterizzato. A questo proposito, un enorme plauso al traduttore, autore di uno sforzo eroico e fruttifero, dove lo slang (presumo) scozzese, perdippiù "inquinato" dalle caratteristiche di ciascun personaggio, viene reso efficacemente coniando nuovi termini, facendo largo uso di storpiature, troncature, nuovi significati, il tutto con una perizia tecnica e una fantasia ammirevoli.
Un libro che ha bisogno di essere cavalcato, come un'onda, dal quale è obbligatorio farsi condurre (e la prosa di Welsh aiuta moltissimo in questo). Che parte in quarta, forte dei propri eccessi (trascinati dall'ossessione per il sesso del protagonista), e perde poi abbrivio, arrivando alla stasi e quasi a toccare i limiti di pazienza del lettore, per poi ripartire saggiamente in una direzione diversa e inaspettata.
Una buona lettura, divertente, geniale e coinvolgente, ma che avrebbe potuto essere ben più riuscita con qualche decina di pagine in meno e una maggiore "messa a fuoco" della trama. Per quanto evidentemente accuratamente pianificato sul piano narrativo, sembra quasi che Welsh non riesca comunque a tenere a freno la penna e si faccia guidare un po' troppo dai suoi personaggi. Ma se così non fosse, sarebbe un altro libro, di un altro autore. E forse la forza e la vitalità dei suoi sgangherati personaggi e delle loro assurde vicende non sarebbero più le stesse.




Questa sera si recita a soggetto, di Luigi Pirandello, (da internet).
Nonostante l'opposizione della SIAE, i diritti d'autore sulle opere di Pirandello, sono (a quanto si trova su internet) oramai scaduti. Alla buon'ora. Potrei accalorarmi sulla faccenda, non lo faccio.
Comunque, questo testo teatrale di Pirandello mi mancava e l'ho reperito su internet. Punto. Non era nella lista delle mie priorità, e ci è finito per altri motivi. Ma è stato comunque un piacevole diversivo.
Pirandello rimane un genio, e lo si vede anche in questo testo che, per quanto noto, non è uno dei suoi lavori più conosciuti.
Il linguaggio è decisamente invecchiato, e alcune situazioni comiche non hanno proprio più il mordente che dovevano avere ottant'anni fa, ma due aspetti in particolare hanno comunque rinnovato la mia stima nell'autore siciliano: la gestione dei personaggi e della scena teatrale, che rimane fresca e originale come se provenisse da un teatro di decenni successivo, e la potenza dell'introspezione, che qui appare solo a tratti, volutamente e con l'intenzione secondaria di spiazzare lo spettatore.
Pirandello prende il pubblico, lo affabula, ci gioca un po', a tratti furbescamente e con mestiere, e poi sul finale ingrana la quarta, infilando due dei più intensi monologhi del teatro italiano, sapientemente riciclati (con cognizione di causa) da una sua novella. Chapeau.



Fisica quantistica per poeti, di Leon Lederman e Christopher Hill, (Trad. L. Civalleri, Bollati Boringhieri 2013).
E ora qualcosa di completamente diverso...
Leon Lederman, non è uno scrittore, e infatti il libro non lo ha scritto da solo, anche se è un libro di divulgazione scientifica. Ma Leon Lederman è un fisico, e che fisico! Premio Nobel  nel 1988 per le sue scoperte sui neutrini. Dopo il suo precedente libro di divulgazione scientifica, il famoso "La particella di Dio", con un buon humor, in maniera scorrevole ma estremamente precisa, ci racconta una delle più grandi rivoluzioni scientifiche della storia, quella della fisica quantistica. Un'area della scienza ostica per antonomasia ai non addetti ai lavori, perchè spesso controintuitiva, e perciò molto difficile da divulgare alle masse. Infatti non sono rari i momenti in cui la spiegazione diventa un po' confusa (forse una piccola parte di colpa è anche della traduzione? Quando il gioco si fa duro, un'estrema chiarezza del linguaggio è indispensabile...), anche perchè gli autori si addentrano con decisione nel cuore degli argomenti.
In ogni caso un libro la cui lettura richiede comunque una conoscenza scientifica di base, così che questi vengano dapprima rinfrescati e poi approfonditi. Come sempre in questo tipo di libri, una delle parti più gustose è quella dell'aneddotica legata alle scoperte e ai loro scopritori, altrimenti relegati al ruolo di semplici nomi di unità di misura, di costanti, di formule.
Insomma, Ledermen e Hill fanno del loro meglio e ci riescono abbastanza, visto l'argomento. Di certo una divulgazione appassionata.

mercoledì 20 gennaio 2016

A Zav.




Fuori, sole e meno 15 gradi. Neve e cristalli di ghiaccio. Meraviglioso. Dentro l'autobus, quello grande con lo snodo centrale, solo poche persone. 
Una è seduta nel gruppo di sedili riservati a passeggeri con ridotta mobilità motoria, volgarmente detti anziani. Il che è chiaramente specificato dall'apposita etichetta con disegno bianco su sfondo blu.
La persona è un omone di quasi due metri con un giacchettino e un paio di jeans leggeri, ma per il resto pesantemente intabarrato.
Guanti, scarponi, cappello.
Giusto, la cosa importante è mantenere calde le estremità.
L'omone è rilassato e a suo agio. 
Con sguardo rapito e opportuna interpretazione stilistica, sta fischiettando "Un amore così grande", di Mario Del Monaco. Chiurli, gorgheggi, pause, cadenze, variazioni di volume. Notevole.
Sembra divertirsi.
Di sicuro non lo fa per gli applausi, ironici che siano, non può aspettarsene in terra svedese.
E i pochi compagni di viaggio non si divertono di sicuro... Del resto è domenica mattina e, girala come ti pare, il tipo ti fischia nelle orecchie.
E poi c'è la cosa del posto riservato agli anziani. Pessimo. Proprio pessimo.
E infatti lo stanno tutti guardando con un misto tra irritazione, rabbia e disgusto. 
Potendo scegliere, lo si eviterebbe volentieri. Ma nell'autobus, per quanto grande e semivuoto, non si può.
E allora bisogna rimanere lì, cercare di non guardarlo, sai mai che se la prenda, o peggio ancora che si infervori ancora di più e aumenti il volume della sua esibizione. 
E nel frattempo pazientare, sperando, speranza fino ad ora vana, che quel peculiare esemplare della specie umana la smetta,
Ah, quell'esemplare sono io.


giovedì 14 gennaio 2016

Libri per le vacanze.



Ve lo ricordate, a scuola, subito prima delle vacanze, quando la maestra ci dava la lista dei libri da leggere?
E tutti lì ad affannarsi, gli ultimi giorni, perché durante i bagordi vacanzieri si era sempre rimandato, e non si aveva mai trovato il tempo di leggere nulla di nulla.

Ora invece a me succede il contrario, come è logico che sia....
Le vacanze si rivelano il periodo ottimale per recuperare il tempo perduto.
Io mi ci diverto proprio. Ho ormai consolidato una modalità di lettura vacanziera alquanto atipica.

Premessa: da vari anni sto assaporando il piacere di comperare libri per la mia libreria (che sia a Stoccolma, che sia a Novafeltria), seguendo l'impeto e l'umore del momento, i rimpianti per il libri che avrei sempre voluto leggere, e anche le mode (perchè no). Spaziando indifferentemente tra librerie all'ultima moda, bancarelle dell'usato e internet.
Il piacere risiede non solo nell'acquisto, ma soprattutto nel momento in cui, finito un libro, mi reco alla libreria e faccio scorrere l'indice sulle coste colorate, fermandomi al titolo giusto per un nuovo libro da cominciare. Come un esperto di vino passa in rassegna le bottiglie della cantina, valutandone i possibili abbinamenti al pasto serale, soppesandone gli aspetti e le caratteristiche, e lasciandosi talvolta sorprendere da scelte azzardate, rischiose ma stimolanti, così io cerco di abbinare al cibo dei miei pensieri, alla tavola imbandita dagli eventi della giornata, i vini della letteratura, i mondi pensati e descritti da altri, per enfatizzarne o mitigarne i sapori, a seconda.
Questo succede di norma, ed è molto bello.

Durante le vacanze non è più così, cambia tutto. Alla libertà propria dei giorni di riposo corrisponde spesso la gioia della pura anarchia intellettiva, dell'affidare le proprie decisioni a un misto tra curiosità e caso.
E questo si rivela spesso l'atteggiamento giusto per sfoltire la pila di quei libri che non rientrano mai nella lista delle priorità, e giacciono seminascosti da tempo,

Questa volta mi sono proprio sbizzarrito.. ed eccone qui lo schizofrenico riassunto, in ordine di letture.



1)  Il tempo è un bastardo (Pulitzer per la narrativa 2011)) - Jennifer Egan. (trad. M. Colombo, Minimum Fax, 2012,  io l'ho letto in versione ebook.
Una serie di brevi racconti collegati uno all'altro, dove i personaggi minori, quelli appena accennati in una storia diventano protagonisti nella successiva. Le trame si sviluppano, si fondono, in uno scorrere non lineare del tempo, si viaggia nel passato, nel presente, fino al futuro prossimo, avanti e indietro. Sicuramente deve essere stato molto divertente scriverlo, non seguire uno schema (come la stessa autrice descrive), far sbocciare queste storie e accompagnarle con la propria fantasia. Avvalorando in questo senso tutta quella serie di autori che sostengono che non sono loro stessi a creare le storie, ma che queste sono lì, in attesa di essere scoperte.
Lo stratagemma narrativo del collegare i personaggi dei vari racconti l'uno all'altro non è così originale come si è voluto far pensare ai tempi dell'uscita del libro. Poco male, oggi non si inventa nulla... Il libro risulta gradevole, intrigante e mentalmente stimolante, certamente da consigliare.
Ho trovato un intervista in rete ralizzata dalla RAI in cui Jennifer Egan ne parla. Eccola qui




2) Codex, - Lev Grossman - (trad. A. Garavaglia, BUR, 2005 - io in versione Club degli Editori).
Un thriller storico-letterario leggero e piacevole, capace di tenere il lettore incollato fino alla fine, e che per questo fa bene il suo mestiere. Un manoscritto cinquecentesco scomparso, una misteriosa biblioteca antica in una soffitta nel cuore di New York. Lui, consulente bancario di successo, lei dottoranda in letteratura antica.
Eh, sì, ve l'ho detto che questa lista sarebbe risultata schizofrenica. Nulla a che vedere col libro precedente (e vedrete quelli dopo).
Qua siamo di fronte a un romanzo probabilmente uscito sulla scia del successo de "Il codice da Vinci" (che a me non è per niente piaciuto). Ma questo è molto meno artificiosamente complesso del libro di Dan Brown, più semplice ma più sincero e diretto, senza le furbizie e trucchetti dalle gambe corte del codice da Vinci. In sintesi, meno stupido (o meglio, che non prende alla stessa maniera il lettore malevolmente per i fondelli).
Tutta la trama ruota intorno a un'idea abbastanza valida, e si avvale dell'originale contributo di una storia parallela legata ad uno strano videogioco e che diventa fondamentale per la risoluzione dell'enigma.
Il ragazzo (Grossman ha la mia età, quindi perchè non chiamarlo ragazzo...? :) ) è bravino, sarebbe bello vederlo impegnato con qualcosa di più tosto..
... E a quanto pare ci avevo visto giusto, ho appena scoperto in rete che una sua saga di tre libri successiva a Codex e chiamata "Il mago", è appena stata trasposta in una serie tv che andrà in onda quest'anno e che già si preannuncia di successo.



3) Il pretore di Cuvio, di Piero Chiara, Arnoldo Mondadori 1973.
E qui ho una chicca, o almeno pensavo di averla.
Tanti anni fa, ad una fiera di paese, ho raccattato da uno dei famigerati cestoni "tutto a 2 euro" la prima edizione di questo romanzo. Conoscevo Chiara di nome, sapevo che era abbastanza famoso negli anni 70, ma non molto di più. Poi ho letto che questo libro all'epoca è stato un vero e proprio best seller, vendendo più di 130.000 copie. Ho qualcos' altro dello stesso autore in una delle librerie, ma non ricordo cosa.
Il pretore di Cuvio è rimasto nello scaffale di Novafeltria per molti anni, poi magicamente, come raccontato sopra, il dito ci si è posato sopra. Mi sono trovato di fronte ad un racconto di storie di paese,  con una prosa forbita ma divertente al tempo stesso, e che dipinge un bell'affresco di personaggi di provincia, a partire dall'originale, terribile e patetico protagonista, sino a tutti i comprimari. Veramente godibile. Sicuramente un contributo "diverso" alle mie letture natalizie, e uno degli stimoli a scrivere questo post.
Poi, proprio poco fa, cercando in rete l'immagine che ho incollato sopra, ho scoperto che ne è appena stato tratto un film! E nientemeno con Francesco Pannofino e la regia di Giulio Base.
Proprio l'anno scorso...! Magari in Italia è pure stato un film famoso, non so...
Ce lo vedo proprio Pannofino nel ruolo de "il Pretore" (titolo del film). Tuttavia, come spesso accade, il finale è stato cambiato rispetto al libro, a favore di una storia un pochino più complicata (ma serviva?) anche se meno originale, e a discapito di quello volutamente tronco e malinconico tracciato da Chiara (che bisogna riconoscere sarebbe stato di difficile resa sullo schermo, o perlomeno di poca presa sul pubblico cinematografico).
Strano, no? Immaginare quel libro abbandonato per tutti questi anni che viene ripescato per farci un film, 40 anni dopo la sua uscita, proprio poco prima che mi decidessi a leggerlo. E sono pressochè certo che non ho avuto nessun input subliminale legato all'uscita del film che mi spingesse in qualche maniera a leggerlo... e chi ne sapeva nulla?
Comunque, anche questa è stata una bella sorpresa. Sono contento.





4) Un mucchio di cadaveri, di Jean Patrick Manchette - (trad. L. Bernardi, Einaudi 2003). Un libro che si era letteramente perso in mezzo agli altri, essendo un tascabile di  piccole dimensioni circondato da spessi tomi rilegati. Non ricordo più perchè non lo avevo letto prima. So che molte volte ci sono andatoi vicino, e che qualche giorno fa, appena l'ho visto, mi ci sono fiondato. Spero non fosse un regalo di qualche amico, sai che figura!!! Beh, rimane la buona fede e il fatto che il libro mi è piaciuto.
Un eccellente noir che si rifà alla tradizione dei noir americani alla Chandler senza trascurare nulla, sparatorie, inseguimenti, ubriacature, donne fatali, con un tocco di ironia europea. Una pecca, la traduzione, a mio avviso non perfetta, tanto da notarsi alla lettura. Addirittura, ho trovato un grave errore di ortografia.
Comunque una storia carina, avvincente, e con un meccanismo narrativo che funziona a dovere.. Il lettore è costretto ad indagare in prima persona, così da giungere alle conclusioni assieme al protagonista, l'ex poliziotto Louis Tarpon.




5) Perchè scrivere - Zadie Smith  (minimum fax, 2011 - ebook) - Per una volta, cosa che non facevo da tempo, ho letto un saggio. Più precisamente la trascrizione di una conferenza.
Molto intelligente, scritta molto bene, un bel trattato sui motivi e le pulsioni dello scrivere, e le implicazioni che il demone della scrittura porta con sè. Puntuale, con ricche e alte citazioni, è anche abbastanza completo. Unica mancanza, l'analisi dell'aspetto più romantico dello scrivere (se vogliamo simile a quanto accennato sopra riguardo a Jennifer Egan), il puro piacere personale del raccontare storie, nel vedere come queste nascano e crescano, nell'osservare che cosa i personaggi dicano e come si comportino, quasi non siano frutto della nostra fantasia ma esseri realmente viventi di un'altra dimensione, osservabili da lontano. Quindi scrivere come raccontare al mondo la propria scoperta.
In ultima analisi, anche dietro questa motivazione ci sono i motivi efficacemente illustrati dalla Smith, e provocatoriamente condensati nella frase di  "Scrivo perché sono uno scrittore". E che altro dovrei fare?

Tutto qui.
Peccato non poter applicare la lettura semicasuale di libri anche ai periodi non vacanzieri. Ci ho provato, ma non ci riesco. La funzione terapeutico-rigenerante della letteratura in tempi di lavoro è troppo importante da essere trascurata. Anche se spesso si riduce a rileggere sonnecchiando con la palpebra calante sempre le stesse 3 pagine ogni sera...

Saluti

D

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